Una spiccata propensione per la ricerca scientifica, competenze tecniche, una buona dose di passione e un pizzico di fortuna. Sono questi gli ingredienti che Patrick Pedevilla ha utilizzato per sviluppare una struttura a nido d’ape rivoluzionaria, ovvero un rivestimento interno in grado di proteggere la testa da ferite, cadute e colpi decisamente più sicuro rispetto ai caschi presenti sul mercato. Oggi, attraverso la sua azienda SEVENTWENTY, Patrick produce caschi da ciclismo e da sci, immettendo sul mercato l’innovativa tecnologia HexaGo. In questa intervista ci racconta, insieme al responsabile del marketing Werner Ebner, come è avvenuto lo sviluppo della tecnologia HexaGo utilizzata per la realizzazione dei suoi caschi, quali sono le motivazioni che lo spingono a puntare su questo progetto e fin dove si spingerà il viaggio di SEVENTWENTY.

 

Un papà, un inventore, una vision: come è iniziato tutto

 

Avete sviluppato un casco che ridefinisce totalmente gli standard in materia di assorbimento urti e sicurezza. Cosa rende il vostro casco così speciale?

 

Patrick: “In linea di principio non abbiamo inventato un casco, piuttosto abbiamo reinventato l’interno del casco per assorbire meglio gli urti. Questa struttura interna si adatta ad ogni possibile tipologia di casco. L’innovazione più grande risiede dunque nello scheletro del casco (come chiamiamo la struttura esagonale interna), il quale è composto da uno speciale mix di elastomeri in grado di assorbire meglio gli urti rispetto ai tradizionali rivestimenti interni di polistirolo. In questo modo i nostri caschi offrono un livello di sicurezza decisamente maggiore. D’altronde lo scopo primario è proprio questo.

 

Com’è nata questa idea?

 

Patrick: “Da molti anni la mia famiglia gestisce un’azienda che produce accessori come cappelli, guanti, sciarpe. Quando sulle piste da sci la tendenza ha mostrato che le persone indossavano più frequentemente un casco al posto di un berretto, abbiamo deciso di riposizionarci. E così dallo sport siamo passati al settore della moda.

Era lo stesso periodo in cui le mie figlie hanno scoperto la bicicletta, o meglio la balance bike. Ho dunque cercato innanzitutto informazioni su internet riguardo ai caschi da bici per bambini e le relative recensioni, come fanno del resto quasi tutti i genitori. Ma sul tema principale, sulla sicurezza, veniva detto ben poco. Ben presto ho compreso che, per quanto concerne la sicurezza e la tecnologia dei caschi da bici e da sci, da molto tempo non vi era stato alcun tipo di progresso. E che il polistirolo, con la sua consistenza rigida, continuava ad essere il materiale più utilizzato. Sono rimasto insoddisfatto e per questo ho deciso di occuparmi in prima persona di questo tema.”

 

Ti consideri un innovatore, un inventore creativo?

 

Patrick: (Ride) “Sì e no. Già da bambino ero curioso e molto creativo, questo è vero. Ho sempre trovato interessanti i dispositivi tecnologici. Nella mia cameretta nulla rimaneva mai intero, perché puntualmente smontavo tutto per capirne il funzionamento. Mi piace scoprire alternative, soluzioni, apportare migliorie. In questo caso ci sono state due motivazioni di fondo: la ricerca di un casco sicuro per le mie bambine e l’apertura di un nuovo ramo commerciale.”

 

Idee sfumate, crash test stupefacenti e uno show televisivo

 

 

Come sei andato avanti?

 

Patrick: “Una prima idea era quella di installare una specie di sistema con camera d’aria nel casco, ma questo concetto si è presto dimostrato irrealizzabile dal punto di vista finanziario. Poi, circa cinque anni fa, il caso ha voluto che due studenti della facoltà di design dell’Università di Venezia mi contattassero per propormi la loro idea di un casco pieghevole o richiudibile, per il cui sviluppo avevano bisogno di sostegno finanziario. Allo stesso tempo un mio amico architetto stava effettuando delle ricerche nel campo delle strutture leggere con il sistema a nido d’ape e mi aveva parlato della loro straordinaria stabilità. Nella mia testa si è accesa una lampadina e ho pensato che una struttura a nido d’ape potesse essere la soluzione adatta ad un casco, stabile e al tempo stesso flessibile.”

 

Werner: “Durante la fase di sviluppo abbiamo accantonato l’idea del casco pieghevole, perché già dall’inizio abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulla struttura a nido d’ape con migliori proprietà di assorbimento d’urti.”

 

Patrick: “Già dal primissimo prototipo abbiamo capito di essere sulla strada giusta. Dopo aver elaborato la struttura tecnica, abbiamo creato una stampa in 3D. Il risultato sembrava già molto buono e stabile, sebbene fosse di gomma. Perciò abbiamo deciso di inviare il casco ad un laboratorio specializzato di Milano per sottoporlo al crash test. Un paio di giorni dopo il tecnico mi ha telefonato dimostrandosi decisamente entusiasta. I valori erano molto buoni e il casco era ancora intatto anche dopo undici test dalla torre di caduta.”

 

Werner: “Dobbiamo aggiungere che il rivestimento interno in polistirolo dei caschi convenzionali si frantuma in caso di cadute di una certa entità: la forza dell’impatto, infatti, viene assorbita proprio in questo modo.”

 

Quali sono stati i passi successivi, dopo aver ricevuto questo primo feedback positivo?

 

Patrick: “Dopo i primi risultati promettenti dovevamo rendere la struttura più leggera e migliorare l’aspetto estetico. Dopotutto, sicurezza a parte, nessuno vuole indossare un brutto casco! (ride) Non avevamo ancora capito fino in fondo come la struttura potesse funzionare in modo ottimale. Dovevamo analizzare intensamente questo aspetto effettuando molti test, con i relativi successi e le battute d’arresto. Ci è voluto molto tempo, specialmente perché all’inizio per me questo era un secondo lavoro, che stavo finanziando tutto esclusivamente con le mie risorse.”

 

Un progetto di ricerca come questo è sicuramente costoso…

 

Patrick: “Sì, proprio così. Ad un certo punto non riuscivo più a farcela da solo. Abbiamo dunque iniziato a cercare un investitore che non solo ci sostenesse finanziariamente, ma che potesse affiancarci anche con le proprie conoscenze e una rete di contatti. Grazie alla trasmissione televisiva per investitori ‘2 Minuten, 2 Millionen’ abbiamo avuto l’opportunità di presentare il nostro prodotto. Si tratta del corrispettivo austriaco dello show ‘B Heroes’. È stata un’esperienza piuttosto dura, ho dovuto digerire molte critiche. Ad esempio mi è stato detto che, essendo il prodotto ancora in fase di sviluppo, non era ancora arrivato il momento di finanziarlo tramite degli investimenti. Insomma, piovevano feedback negativi. Mi sono sentito dunque molto sollevato quando Hans Peter Haselsteiner mi ha presentato la sua offerta. ‘Patrick, questo sarà il mio peggior o miglior investimento!’, questo è quanto mi ha detto una volta terminata la trasmissione.” (ride)

 

Werner: “…ad ogni modo questi 500.000 euro sono stati la somma più grande investita durante l’intero show!” 

 

Made in Italy and… ready for the future!

 

 

Dove producete i vostri caschi?

 

Patrick: “Non è stato facile trovare un produttore in grado di realizzare lo stampo per i nostri caschi. Abbiamo poi trovato un produttore vicino a Vicenza che lavora anche per il settore automobilistico e dispone dell’esperienza necessaria. Ma anche per lui questo progetto ha rappresentato una vera sfida: ha definito il nostro stampo come lo space shuttle dei suoi prodotti!” (ride)

 

Quella di produrre in Italia è stata una decisione presa consapevolmente?

 

Patrick: “Sì, certamente. In qualità di impresa ci sentiamo vincolati a rendere la nostra produzione il più sostenibile possibile. Ad esempio per il packaging utilizziamo esclusivamente cartone, niente plastica. Il prodotto è già di per sé molto longevo, ma stiamo sviluppando un concetto di recycling per i caschi. La vicinanza al sito produttivo presenta un ulteriore vantaggio, indipendentemente da quanto già detto: la nostra tecnologia va osservata da molto vicino. Quasi tutte le settimane visitiamo il sito produttivo.”

 

Werner: “Inoltre per noi era importante già dall’inizio trovare partner che mostrassero un certo commitment al progetto e che volessero partecipare attivamente allo sviluppo della tecnologia e del processo produttivo. Siamo riusciti a fare tutto ciò sia per la creazione della struttura interna che per il rivestimento esterno.”

 

Quali sono i prossimi step? Si può già acquistare il vostro casco?

 

Werner: “Si può già prenotare, sì. Abbiamo avviato le prevendite sul nostro sito web, dove si può già prenotare il casco a un prezzo special versando un piccolo anticipo… con un crowdfunding, dunque.”

 

Patrick: “Stiamo completando gli ultimi step per dare il via alla produzione industriale. A partire da maggio vorremmo consegnare i primi caschi da mountain bike. I caschi per city bike, invece, dovrebbero arrivare in estate. Poi si passerà alla produzione del casco da sci SEVENTWENTY, che dovremmo immettere sul mercato in inverno.”

 

Werner: “SEVENTWENTY produce esclusivamente caschi da ciclismo e da sci dotati della tecnologia HexaGo. Siccome il principio della struttura interna è molto sfaccettato, abbiamo deciso di utilizzare un approccio su due fronti e di separare la tecnologia dello scheletro interno, commercializzata con il marchio HexaGo, dai caschi SEVENTWENTY. Mettiamo la tecnologia HexaGo a disposizione di altre aziende grazie a contratti di licenza, così potrà essere utilizzata anche per altri caschi.”

 

Dove vi vedete tra cinque anni?

 

Werner: “Tra cinque anni vorremmo aver stabilito la nostra posizione sul mercato. Presumibilmente… speriamo!… saremo seduti in ufficio, con le teste che fumano, a lavorare senza sosta!” (ride)

 

Patrick: “Al momento sta andando tutto molto, molto bene. Il feedback che riceviamo è assolutamente positivo, anche da parte dei nostri ‘clienti finali’, ossia coloro che indossano i caschi, e da parte del settore industriale. C’è un sentito bisogno di innovazione e con il nostro sviluppo è evidente che non stiamo percorrendo il sentiero sbagliato, anzi.”